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8 Marzo. Fatti dimenticati dai festeggiamenti e cerimonie del 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Succede che 150 anni di storia si ritrovano in un giorno, che non è il 17 marzo, nascita dell’Italia unita, ma l’8 marzo, data simbolo che quest’anno per molte sarà il proseguimento di quel “Se non ora quando” che il 13 febbraio scorso ha visto la piazza riempirsi di un milione di donne (e di uomini) in tante città italiane.

Succede che 150 anni di narrazioni sul ruolo delle donne nella vita del Paese diventano autonarrazione delle donne sul loro ruolo nella società italiana.

 

A questo proposito, nella nostra storia, nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento sono avvenuti fatti misconosciuti o ignorati che però hanno lasciato un segno indelebile rispetto alle  conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne.

 

Vorrei ricordare un fatto terribile accaduto il 15 marzo 1924, in una fabbrica di fiammiferi, avvenne un terribile incidente in cui persero la vita 21 persone. La maggior parte erano piccole operaie, anzi, erano  bambine (tra i 12 e i 15 anni).

Quelle povere ragazzine venissero ricordate, magari con l’intestazione di una via, una lapide,  ma ahimè a più di ’80anni nulla è successo di tutto questo, tutto e passato nel dimenticatoio, anche nel piccolo paese di Rocca a pochi chilometri da Torino, tra le colline moreniche delle Vaude, non esiste traccia dell’accaduto…

Unica testimonianza un libro di 64 pagine con 7 foto d’epoca, edito nel 1999 da  Carlo Boccazzi Varotto scrittore.

In quel periodo si parlava di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro?  Forse per questo, per non scuotere la pubblica opinione dell’epoca come quella di oggi, sul disastro di “Rocca Canavese” è calato l’oblio……

 

Da “La Stampa”

Era una bella squadra di artiglieri, la loro. Il pomeriggio dello scoppio, il campo per le esercitazioni di San Mauro era tranquillo, i cannoni e i mortai riposavano. Udirono un rumore fortissimo.

Un artigliere, di esplosioni, ne capisce: a Rocca Canavese era successo qualche cosa.

Pochi minuti per raccogliere le idee, pochi minuti per ricevere istruzioni.

Arrivarono nel paese un’ora più tardi.

Ovunque c’era odore di carne bruciata e fosforo. Iniziarono a rimuovere le macerie.

Attorno alle 23 e 30 rinvennero i primi corpi e continuarono a estrarne per tutta la notte. A mezzogiorno del giorno dopo i corpi erano già 13, a quel punto salirono su un camion per tornare in caserma.

L’uno di fronte all’altro, si guardavano e, per la fatica, non riuscivano parlare.

Fu un ragazzo veneto a rompere il silenzio:

– Erano tutte bambine.

– È una zona povera, questa. Terra cattiva, poche industrie – tentò di spiegare un commilitone originario di Vauda.

– Va bin – intervenne il tenente – ma non si è mai visto conservare fosforo bianco, zolfo e clorato di potassio in un mulino: è una bomba.

 

Nei giorni successivi, come premio, furono mandati a casa in licenza.

Le vittime salirono a 21. Della vicenda di Rocca si parlò in tutta Italia.

I giornali raccontavano di una fabbrica, «misteriosa», «segreta», di capitali russi, svedesi, svizzeri.

Tre anni dopo, però, al processo era tutto più semplice: sul banco degli imputati c’erano un conte, un generale e un ingegnere. Il più esotico era nato a Grugliasco.

 

La notizia si era spostata nelle pagine locali.

Oramai congedato, una mattina, il tenete scoprì dal giornale che la vicenda di Rocca Canavese non aveva colpevoli.

Tutti assolti.

Quel mattino comprò un biglietto del treno per la Francia. Sola andata. Stringeva forte in tasca la piccola scatola di fiammiferi raccolta due anni prima tra le macerie della fabbrica a Rocca Canavese. Era in metallo e si era salvata dal fuoco. Un artigliere, di esplosioni, ne capisce.

 

(Articolo di Carlo Boccazzi Varotto, autore del libro LE PICCOLE FIAMMIFERAIE. Una tragedia del lavoro dimenticata, editore: Orso, 1999.)

 

 

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/unastampa/hrubrica.asp?ID_blog=328